Combattere la violenza contro le donne lavorando in rete. Non un’utopia ma quanto sta già avvenendo sul territorio italiano anche se con qualche differenza territoriale.
Lo studio Istat sulle reti territoriali per combattere la violenza contro le donne
«Prevenire e combattere la violenza contro le donne: le reti territoriali» è il rapporto Istat che presenta i risultati di una indagine avviata nel 2024, frutto delle attività di un “Tavolo di lavoro sulle reti territoriali contro la violenza” composto da Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio, Istat, Regioni e Province autonome, e le rappresentanti delle associazioni impegnate nel contrasto alle forme di violenza contro le donne e nella protezione delle vittime. Sono 251 le reti territoriali contro la violenza censite in questo report: 27 in Lombardia, 22 in Piemonte e 3 in Liguria; i soggetti proponenti sono rispettivamente 398, 35 e 4. I Centri Antiviolenza costituiscono spesso il cuore della rete (225 protocolli e accordi censiti su 251 cioè l’89,6% li vedono coinvolti), seguono i Comuni e le Prefetture; il sistema di giustizia e delle Forze dell’Ordine mostra la forte presenza e interconnessione con il sistema di protezione creato intorno alla vittima di violenza e significativa è anche l’integrazione con i servizi socio-sanitari, con gli ospedali e con il settore educativo. In Liguria i soggetti promotori coinvolti sono ugualmente ripartiti, in Lombardia il 13,9% è settore sanitario, il 15% associazionismo, il 21,4% settore giudiziario, il 12,8% territoriale e il 6,4% educativo; in Piemonte invece prevale per il 48,6% il Cav come promotore, segue un 17,1% di servizi comunali e una stessa percentuale di territoriali.
L’approccio di rete è una metodologia di lavoro costruita sui bisogni delle vittime
I Cav utilizzano l’approccio di rete come metodologia di lavoro costruita intorno ai bisogni delle vittime: infatti la maggioranza dei Centri dichiara di far parte di una rete territoriale antiviolenza (l’89,3%, corrispondente a 325 Centri); reti che sono coordinate direttamente dai Cav nel 13,2% dei casi. Aderiscono alle reti territoriali soprattutto nel Nordovest (96,5%) e nel Centro (96,3%) e meno nel Sud (75,7%). L’ambito provinciale prevale al Nordest (52,6%) e al Nord-ovest (43,4%). La metodologia di lavoro costruita intorno ai bisogni della vittima richiede la presenza all’interno della rete di servizi di pronto-intervento e allontanamento dalla situazione violenta. Tali servizi rispondono in particolare alla messa in sicurezza (sia programmata che in emergenza) delle vittime con diversi livelli di intervento. Tra gli strumenti utilizzati, rientra la linea telefonica dedicata agli operatori della rete formale o informale presenti sul territorio, che il 60,4% dei Cav (220 su 364) ha attivato: in Lombardia nel 70% dei casi, in Piemonte nel 68% e in Liguria nel 45%.
Il rapporto con le Case rifugio e le altre strutture residenziali
L’altra importante connessione dei Cav con i servizi di protezione riguarda la relazione con le Case rifugio e altre strutture residenziali.
Complessivamente nel Nord si osservano reti più strutturate con attori diversificati, mentre nel Sud emergono percorsi differenziati; i dati evidenziano inoltre come oltre il 70% dei protocolli siglati nel Nord abbia riguardato le aree metropolitane/provinciali contro solo il 15% per il Sud; allo stesso modo l’ambito comunale interessa per il 50,7% i territori del Nord, per il 32,8 quelli del Centro e l’11,4% quelli del Sud. Questo rimanda a una presenza dei protocolli nel Sud che non identifica specifici ambiti territoriali. Se in Lombardia il modello comunale è totalizzante (riguarda il 100% dei casi), in Piemonte vi è un forte coinvolgimento delle strutture socio-sanitarie (27,3%) e tra l’altro solo Piemonte e Puglia combinano più di quattro tipologie di ambiti, riportando dunque una diversa geografia territoriale delle reti costruite.