Povertà assoluta o relativa significa rinunciare a un pasto proteico ma anche alle cure e alle medicine. E il rapporto dell’Osservatorio Povertà sanitaria lo conferma.
Aumentano nel Nordovest le famiglie in difficoltà anche per le visite mediche e l’acquisto di farmaci
In Piemonte il 16% delle famiglie ha limitato la spesa sanitaria, in Lombardia il 14% e in Liguria il 5% (dati 2023). Nel 2025, le persone in condizioni di povertà sanitaria assistite dalle realtà convenzionate con Banco Farmaceutico sono 501.922, con una crescita media nazionale dell’8,4% rispetto all’anno precedente pur con rilevanti differenze a livello di singole regioni: in Piemonte 63.227 (+38,7%), in Lombardia 108.667 (+12,3%) e in Liguria 15.907 (-4,6% in controtendenza). La povertà assoluta in Italia è in costante aumento: dal 6,2% delle famiglie nel 2014 all’8,4% nel 2024, quella relativa è stabile intorno al 10%. La spesa sanitaria totale nel 2023 è stata di 176,153 miliardi, di cui 130,291 pubblici (74%) e 45,862 privati; nella quota privata, la parte a carico dei cittadini è stata di 40,641 miliardi di euro, circa il 23% del totale. Il dato continua a crescere (era pari a 39,954 miliardi nel 2022). La spesa territoriale pubblica per i farmaci è rimasta stabile, raggiungendo il massimo nel 2023 (12,998 miliardi di euro); quella privata (a carico dei cittadini) è aumentata, passando da 8,07 miliardi nel 2017 a oltre 10,6 nel 2023: il peso della spesa privata è cresciuto dal 38,5% al 45%.
Per la salute si spende molto meno sia in termini assoluti che relativi
Le famiglie povere spendono per la salute molto meno, in termini assoluti, delle altre famiglie (10,66 euro mensili pro capite contro 67,97 euro), ma anche in termini relativi: solo il 2,1% della loro spesa totale è destinata alla sanità, contro il 4,4% delle famiglie non povere. Le regioni in cui per diversi motivi (risorse disponibili, invecchiamento della popolazione, presenza di un grande contesto metropolitano) la spesa sanitaria mensile pro capite è più elevata (Valle d’Aosta, Liguria e Lazio) sono anche quelle in cui il gap di spesa tra poveri e non poveri è più alto (tra i 70 e gli 85 euro). Un gap più ridotto (60-70 euro) si ritrova in Lombardia, Fiuli-Venezia Giulia, Umbria e Sicilia, dove la spesa sanitaria è più bassa rispetto alle regioni di testa, il Piemonte si ferma a un divario tra i 50 e i 60 euro. Esiste dunque una relazione stretta tra le due variabili, che ritroviamo anche nelle altre regioni. E la spesa farmaceutica rileva un andamento leggermente differente in quanto chi limita le spese sanitarie, concentra i consumi sui farmaci e sulla prevenzione.
«Ripensare il sistema sanitario territoriale è una necessità che non si può rimandare» si legge nelle conclusioni del rapporto, che precisa come «le Case della Comunità devono diventare presidi solidi, costruiti sui bisogni reali, dotati di risorse, competenze e una visione coerente».
Gli interventi di Francesco Longo, Luca Antonini e Luigi Bobba
Quali sono dunque le priorità oggi in sanità? si chiede Francesco Longo, professore associato del dipartimento di Social and Political Sciences all’Università Bocconi di Milano.
«Quello che richiede la prevalenza della cronicità è ragionare costantemente sui dati di aderenza ed esiti intermedi e di regolare la frequenza delle prestazioni sanitarie in funzioni e del loro andamento: non serve visitare frequentemente un cronico aderente con esiti buoni e viceversa. Significa non lavorare più per prestazioni, ma per determinanti ed esiti intermedi di salute. Questo sposterebbe significativamente i target di pazienti prioritari, dando priorità ai non aderenti, ovvero i meno colti, più soli e più poveri».
Per Luca Antonini, vicepresidente della Corte Costituzionale, «la sanità italiana rischia una deriva “americanizzante”, nel senso che quella che è stata la sanità di tutti, potrebbe diventare la sanità di pochi, appannaggio esclusivo di quelli che possono permettersi di pagarla» e critica con forza il mancato ascolto e coinvolgimento del Terzo Settore. Un concetto ribadito anche da Luigi Bobba, presidente di Fondazione Terzjus: «Il rapporto conferma quanto sia sempre più necessario dedicare analisi e studi sia sul fenomeno della povertà sanitaria sia sul ruolo e sul peso che i soggetti di Terzo settore hanno in questi due comparti. Infatti, gli Ets, in alcuni ambiti, rappresentano il primo pilastro – raccolta del sangue, trasporto sanitario e servizi infermieristici domiciliari – e dunque meritano un’attenzione e una visibilità nel dibattito pubblico che finora non hanno avuto».