Senza impollinatori e acqua, anche il nostro cibo è a rischio. Non sono risorse accessorie, ma alleati indispensabili dell’agricoltura, il cui valore spesso resta invisibile. Secondo la FAO, 87 delle 115 principali colture alimentari del mondo beneficiano dell’impollinazione animale. Nel complesso, queste colture rappresentano circa il 35% del volume della produzione agricola mondiale, anche se la quota direttamente resa possibile dagli impollinatori è stimata tra il 5 e l’8% del totale, per un valore economico globale compreso tra 235 e 577 miliardi di dollari l’anno. Un contributo tutt’altro che astratto, come dimostrano anche i dati del territorio bresciano. Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Land, basato sulle produzioni agricole del 2023, ha stimato in circa 8,9 milioni di euro all’anno il valore economico dell’impollinazione per le colture analizzate nella provincia di Brescia. A beneficiarne sono, tra le altre, mele per circa 858mila euro, meloni per oltre un milione, pomodori per circa 1,5 milioni e zucchine per quasi 3,9 milioni di euro. Ma la produzione agricola dipende anche da un’altra risorsa fondamentale: l’acqua. Per ottenere un solo chilogrammo di riso occorrono in media 2.500 litri, considerando pioggia e irrigazione. Un fabbisogno che può oscillare notevolmente, da circa 800 a oltre 5mila litri, in funzione del clima e delle tecniche di coltivazione. Impollinatori e acqua sono dunque due pilastri spesso invisibili del nostro sistema alimentare: proteggerli significa tutelare non soltanto gli ecosistemi, ma anche la produttività dei campi e la sicurezza del cibo che arriva sulle nostre tavole.
Sono solo alcune considerazione emerse dalla giornata organizzata dall’università Milano-Bicocca «Scaffali vuoti: il costo invisibile dei servizi ecosistemici. Come sarà il supermercato del futuro?» lo scorso 16 ottobre.
Un allestimento proprio di un supermercato del futuro ha permesso di fare esperienza degli scaffali vuoti e della scomparsa di numerosi prodotti.
«Abbiamo sviluppato questa idea perché troppo spesso associamo la biodiversità alla bellezza della natura e alla passeggiata della domenica per ammirare gli animaletti – spiega il docente di Botanica, Massimo Labra – senza comprendere appieno quanto incida sulle nostre vite. Il messaggio è inequivocabile: senza biodiversità muoriamo. Se non interveniamo oggi, dovremo avremo gli scaffali vuoti. Perché? Perché non esisteranno più i prodotti. Il 70% delle specie, infatti, dipende dagli impollinatori e la loro scomparsa è una delle cinque principali minacce alla biodiversità, insieme a inquinamento, cambiamento climatico, presenza di specie esotiche infestanti e sfruttamento eccessivo delle risorse». Anche nelle città possono vivere bene più di 100 specie diverse di api e rendere florida l’agricoltura periurbana, una garanzia per ottenere frutti ma anche per migliorare la qualità dei prodotti: «Il caffè, per esempio, si può auto impollinare ma la sua qualità diminuisce e di conseguenza potrebbe non essere più “buono” fino poi a sparire comunque. E’ come se la piante preferisse investire sul seme impollinato dagli impollinatori» continua il docente che evidenzia come la biodiversità incida anche sull’agricoltura. «Penso alle cover crops cioè quelle colture utilizzate per non lasciare scoperti i terreni agricoli, ad esempio durante l’inverno, sia per evitare la perdita dei nutrienti dei terreni sia per evitare la contaminazione delle falde. Un modo per ridurre anche l’utilizzo dei prodotti chimici e aiutare gli animali che vivono nel suolo».
Quanto la nostra agricoltura produrrà in quantità sufficienti? Quanto le colture sopporteranno i trattamenti con fitofarmaci? «Serve un’agricoltura più adatta all’uomo del 2030-2050 – aggiunge Labra – e la biodiversità è la soluzione. In Italia siamo seduti su una miniera meravigliosa e potremmo essere i promotori di questo futuro. Possiamo anche sfruttare gli esempi che arrivano con le popolazioni straniere: in India e in Africa ci sono specie vegetali che crescono con meno necessità di acqua e di interventi chimici, ci sono leguminose più ricche di proteine e micronutrienti che evitano la microfame. Si può lavorare su questi prodotti, anche sfruttando i processi legati alla genetica, per renderli adatti alle nostre tavole. Certo servono fondi, cinque volte più dei finanziamenti attuali e questo ci porta a comprendere come sia necessario far diventare la biodiversità un valore economico».
Cosa potrebbe quindi scomparire dagli scaffali dei supermercati, se non si interviene fin da oggi? La maggior parte della frutta e degli ortaggi, in particolare quelli a foglia larga, il caffè e il cacao. E questo si aggancia anche con i tema degli allevamenti e le conseguenze anche per la carne. «Io sono un inguaribile ottimista, forse perché insegno ai giovani che sono più sensibili sul tema rispetto al passato, e credo ci siano le possibilità per dare valore e proteggere la tipicità e la tradizione» conclude il professore.