Il personaggio

Parla il drammaturgo Francesco Toscani: «Scrivo per il teatro, creo mondi»

Francesco Toscani, 30 anni, è drammaturgo cresciuto a Como. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra letture ossessive, cinema, musica e riflessioni, cercando nell’immaginazione una via di fuga dalla provincia. A 18 anni affronta una grave malattia cardiaca che lo porta vicino alla morte, esperienza significativa nella sua storia personale. Dopo la laurea triennale in Lettere, si trasferisce a Milano, dove frequenta la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, studiando drammaturgia. Si diploma nel 2020 e da allora intraprende il percorso professionale nella scrittura teatrale. Nel 2019 è finalista al Premio Hystrio Scritture di Scena, dove riceve una segnalazione per La fame nell’ambito di Beyond Borders. Nel 2020 è finalista al Premio Scintille con Che cosa sono i morti, diretto da Andrea Piazza. Nel giugno 2021 ottiene una menzione speciale al Prix Italia per The scorpion. Nello stesso anno è finalista al Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli con Claustrofobia dei cieli.

Parla il drammaturgo Francesco Toscani: «Scrivo per il teatro, creo mondi»

Favorire la nascita di una nuova drammaturgia che racconti la storia, la cultura e i linguaggi del territorio lombardo è il cuore del bando «Teatro, specchio di un territorio», promosso dalla Fondazione Pier Lombardo e curato dal Teatro Parenti, col sostegno di Regione Lombardia. Il vincitore è Francesco Toscani, autore comasco di 30 anni, con «Milano e i morti». L’opera racconta trent’anni di trasformazioni del capoluogo lombardo attraverso la storia di Clara e Laura, cresciute in contesti sociali opposti, tra il centro di Milano e Corsico. Presentato da ‘Lab121’ con la regia di Claudio Autelli, il testo è stato scelto per la capacità di leggere il territorio attraverso storie private, dando spazio anche alle aspettative dei giovani e al loro bisogno di ascolto. L’opera sarà prodotta dal Teatro Franco Parenti a «La Bottega dell’arte» di Trivolzio, in provincia di Pavia, e presentata nella sede milanese nella stagione 2026/2027.

«Mettere in contatto il drammaturgo con regista e attori l’ho trovato particolarmente apprezzabile – commenta Toscani – perché non è così scontato poter veder crescere il proprio lavoro oltre la pagina. Scrivere questo testo è stata un’esperienza molto intensa e mi interessava condensare l’antropologia della città e del suo sviluppo nello spazio dei 30 anni che trascorrono tra il primo e il secondo incontro delle due protagoniste. Testo dopo testo affino il mio immaginario».

Come ha iniziato a scrivere per il teatro?

«Vedevo molto teatro, frequentavo corsi, ma il primo movimento verso la scrittura è avvenuto, forse con l’incoscienza dei 20 anni, quando la mia fidanzata di allora ha provato ad accedere all’Accademia Paolo Grassi per il percorso di attrice e io ho provato per la classe di drammaturgia. Quando sentivo i miei testi letti dai miei compagni, avvertivo un piccolo momento di choc: da un lato vi era la parola da te cesellata, dall’altro qualcosa di completamente nuovo che aveva preso vita davanti a te. Una non annullava l’altra. Questo effetto stupore non si è mai esaurito e credo possa avvenire solo con la scrittura teatrale e il teatro».

La sua famiglia come ha reagito?

«I miei genitori, che svolgono professioni intellettuali, si erano sentiti dire dai loro genitori “questi non sono veri lavori” e si sono comportati in maniera completamente diversa, supportandomi, contenti che seguissi la mia strada».

Ha avuto maestri o persone che l’hanno ispirata?

«Di sicuro i miei insegnanti in Accademia, come Aldovrandi, Gabrielli e Carnevali, ma anche professionisti di cui ho visto lavori in scena, molti vivi, molti no, perché d’altra parte, come dice Fabio Giunta, “i maestri che contano sono quelli morti perché sono quelli che ti scegli davvero”. Poi ci sono le persone ispiranti per il modo in cui stanno nel mondo e penso a quanto mi piaccia parlare con un maestro-amico come il drammaturgo Piero Lorenzo Pisano. E ancora, gli incontri come quelli con Lucia Calamaro e Lisa Ferlazzo Natoli del collettivo La casa d’argilla, perché hanno un modo interessante di occupare lo spazio scenico. Tante sono poi le persone “anonime” che diventano maestri inconsapevoli e modelli di vita».

Obiettivi e sogni?

«Per un po’ non ho saputo se avrei fatto davvero il drammaturgo. Mi sono diplomato nel 2020 in piena pandemia e fino al 2024 non ho visto un mio spettacolo in scena. Ora, dopo i premi e gli spettacoli, posso dire di esserlo anche se non posso ancora vivere di scrittura. Mi auguro di continuare a scrivere, scrivere testi sempre più belli. Mi incuriosisce anche provare a dirigere quello che ho scritto io anche perché ho ricevuto sollecitazioni in questa direzione e nello stesso tempo vorrei aprire la mia scrittura ad altri ambiti, come il cinema e la letteratura: non è ancora accaduto il fatto di scrivere un romanzo ma so che accadrà quando sarà il momento giusto».

Il teatro si sta trasformando?

«Il teatro italiano, e parlo soprattutto di prosa, si è concentrato su regia e attori ma sta avvenendo uno spostamento di interesse verso la drammaturgia. Grazie ai premi, agli autori, anche alla nascita del primo sindacato per drammaturghi, si sta facendo rete e si ha più possibilità di essere visti e sentiti. Anche io cerco di dare il mio contributo in questa direzione, al meglio delle mie possibilità. Le parole compiono qualcosa di potenzialmente incredibile, creando mondo, e reprimere questo aspetto del teatro fa male al teatro stesso. Il teatro deve avere una componente verbale, una musicale e una visiva della messa in scena. Il declino della regia è dovuto anche alla mancanza di soldi: come metto in scena Shakespeare se non posso pagare il numero di attori necessario? Io credo che il teatro di regia possa avere ancora una sua funzione ma spero ci sarà spazio anche per altre forme di teatro, in un sistema (non dobbiamo dimenticarlo) molto competitivo».

Quale consigli darebbe a un giovane che desidera intraprendere la sua professione?

«Lo avviserei che deve asspettarsi una buona dose di delusioni e frustrazioni prima di poter lavorare in ambito artistico. Non è: scrivo, sono il novello Pinter, il teatro mi riconoscerà e mi amerà. E’ giusto avere questa consapevolezza così come è giusto seguire le proprie inclinazioni. Non darei consigli sulla scrittura così come il poeta Eliot non ne dava sulla poesia perché “i consigli generali sono molto pericolosi”. Altro avvertimento: non identificarsi con ciò che si vuole fare. Se non si riesce, ci sono altri percorsi, altre opportunità. Io sono stato un privilegiato in quanto avevo a Milano una casa di famiglia e quindi un appoggio importante che mi ha evitato la spesa dell’affitto, poi, certo, ho dovuto impegnarmi duramente nello studio ma con maggiore serenità».

Qual era il suo piano b?

«Io ho ancora un piano b e infatti sono laureato in Lettere e sto svolgendo un dottorato in Italianistica. Potrei insegnare o pensare a un futuro in Accademia… Al momento, sono grato e contento di come si è snodato il mio percorso».

Come si vede tra 10 anni?

«Vivo poco facendomi questo tipo di domande. Spero di essere uno scrittore che vive del suo lavoro ma magari sarò un supplente di Latino frustrato o un supplente di Latino felicissimo che penserà “che sciocco sono stato a credere di poter diventare un drammaturgo”».

Scrive pensando a un attore che interpreterà il suo testo?

«Ci sono modi diversi: quando ho partecipato ai vari premi, mi sono concentrato sulla parola, la musicalità, i personaggi senza avere in mente degli interpreti. Sono molto novecentesco: scrivo in solitudine, a casa, e non so come sarà il testo in scena. Altre volte scrivo su commissione e quindi “cucendo” il testo sull’attore. Altre volte si lavora direttamente con la compagnia: penso al progetto orlando, che ammiravo da lontano e che ho affiancato quando mi hanno chiesto un supporto. Ho scritto per loro, 20 persone, dei flussi narrativi e nello stesso tempo ho seguito il loro lavoro di scomposizione ricomposizione del testo. Ci sono casi, come “I corpi che non avremo” dove il testo è una sorta di ballata: conoscevo il regista, lui ha assegnato parti della ballata ai vari attori, insieme abbiamo lavorato anche invertendo l’ordine di parti del testo. Con I Gordi ho lavorato sull’improvvisazione. Il bello è scrivere, affidare la scrittura ad altri e vederla crescere».

Quale libro ha sul comodino?

«Ne ho sempre molti. In questo momento, Le stelle fredde di Guido Piovene e Nuova enciclopedia di Alberto Savino».

Hobby o passioni?

«Non pratico sport ma viaggio appena posso, amo le passeggiate, chiacchierare con le persone, conoscerne di nuove, consumare in maniera vorace ogni forma di espressione umana: letteratura, cinema, musica, mostre. Mi diverte cucinare per gli amici».

Il suo piatto forte?

«Il risotto con l’ossobuco, tipico milanese anche se io sono di Como e credo che anche il lago mi abbia lasciato la sua impronta».