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Sermig, contro povertà e ingiustizie

Il Sermig (Servizio missionario giovani) nasce a Torino nel 1964 per iniziativa di Ernesto Olivero e di un gruppo di giovani. Il loro obiettivo è semplice ma ambizioso: combattere la fame, la povertà e l’ingiustizia attraverso la solidarietà e il servizio. Nel 1983 il gruppo riceve l’antico Arsenale Militare di Torino, abbandonato da anni, e lo trasforma nell’Arsenale della Pace, luogo di accoglienza, preghiera e incontro. Da qui partono numerosi progetti di aiuto in Italia e nel mondo, rivolti soprattutto a persone in difficoltà, bambini e popolazioni colpite dalla guerra. Nel tempo nascono altri Arsenali: a San Paolo del Brasile e a Madaba, in Giordania. Il Sermig promuove anche iniziative per la pace, il dialogo tra culture e religioni e l’educazione dei giovani. Ancora oggi migliaia di volontari collaborano alle sue attività, seguendo l’idea che la solidarietà possa trasformare la società e costruire un mondo più giusto e pacifico.

Sermig, contro povertà e ingiustizie

Immaginiamo una bicicletta che, pedalando, produce l’energia necessaria per far funzionare un apparecchio medico. Oppure un semplice pugno di sale che, attraverso l’elettrolisi, diventa disinfettante per rendere sicura l’acqua. E ancora: pannelli solari che permettono di conservare il cibo senza una batteria, lampioni che accendono la sera in luoghi dove la rete elettrica non arriva, orti che crescono senza terra. Sembrano piccole invenzioni. In realtà, nei luoghi in cui vengono sperimentate, possono cambiare concretamente la vita quotidiana. E’ questo il senso del lavoro del Villaggio Globale, insieme alle attività di cooperazione del Sermig: cercare tecnologie semplici, sostenibili e replicabili, capaci di utilizzare le risorse disponibili sul posto e, soprattutto, di lasciare alle comunità non soltanto uno strumento, ma anche le competenze per continuare a utilizzarlo e costruirlo.
Uno degli esempi arriva dal settore della piscicoltura. In Burkina Faso e Costa d’Avorio l’aumento del costo dei mangimi rende più difficile allevare pesci, un’importante fonte di alimentazione. La soluzione sperimentata permette di produrre direttamente negli stagni fitoplancton e zooplancton, alimento naturale per i pesci, utilizzando anche la pollina e l’energia fotovoltaica. Non servono batterie né collegamenti alla rete: sole e risorse locali diventano così parte di un piccolo sistema produttivo circolare. La stessa energia può essere utilizzata per affrontare un altro problema fondamentale: conservare gli alimenti. Nei territori molto caldi e privi di elettricità, la refrigerazione è una questione di sicurezza alimentare. Sono stati quindi sperimentati frigoriferi alimentati dal fotovoltaico anche senza batterie, con progetti sviluppati in Burkina Faso, Benin, Guinea-Bissau e Togo. La formazione di tecnici locali è parte integrante dell’esperienza, con l’obiettivo di favorire una produzione sempre più autonoma. Quando invece la rete elettrica non c’è, si può partire da ciò che c’è: persino una bicicletta. Un generatore collegato ai pedali può fornire energia a piccoli dispositivi medici, come elettrocardiografi e strumenti per il controllo dei parametri vitali. Il sistema utilizza componenti facilmente reperibili o recuperabili e può essere affiancato agli impianti fotovoltaici, offrendo una riserva di energia alle strutture sanitarie isolate.
Anche l’acqua può essere resa più sicura attraverso tecnologie pensate per funzionare lontano dalle infrastrutture tradizionali. Un sistema a osmosi inversa può essere alimentato dalla rete, da pannelli solari senza accumulatori o da un generatore a pedali. In altri progetti, invece, è il sale da cucina a diventare protagonista: attraverso l’elettrolisi viene trasformato in ipoclorito di sodio, un disinfettante utilizzabile per il trattamento dell’acqua. Con circa otto ore di esposizione al sole si può produrre la quantità necessaria a trattare circa mille litri. La ricerca guarda anche a un gesto quotidiano come cucinare. In molte comunità la preparazione dei pasti richiede ancora grandi quantità di legna, con conseguenze sull’ambiente e sulla salute, a causa del fumo prodotto dalla combustione. Le nuove tecnologie fotovoltaiche per la cottura cercano di offrire un’alternativa senza bruciare combustibili. Un cambiamento che può significare meno pressione sulle foreste, meno fumo nelle abitazioni e meno tempo e fatica dedicati alla raccolta della legna, soprattutto dalle donne. Poi c’è la terra, o meglio, la possibilità di coltivare anche quando la terra non è disponibile. La coltivazione idroponica consente di produrre ortaggi senza terreno, riciclando l’acqua e utilizzando anche materiali di recupero per costruire gli impianti. Tetti, terrazze, balconi e pareti possono diventare piccoli spazi agricoli. Le esperienze realizzate in Italia, Madagascar e Brasile si inseriscono in un approccio più ampio che comprende agricoltura produttiva, rigenerativa, formativa e terapeutica: produrre cibo per chi ne ha bisogno, migliorare la fertilità dei suoli e la loro capacità di stoccare carbonio, ma anche offrire attraverso il lavoro manuale occasioni di crescita a giovani e persone fragili.
La luce, infine, può essere portata dove la rete non arriva. Lampade e lampioni fotovoltaici, grazie ai led a basso consumo, possono illuminare per diverse ore abitazioni e spazi comuni, permettendo di studiare la sera o affrontare situazioni di emergenza. Sono stati sperimentati in Giordania, Benin, India e Uganda, anche puntando sull’autocostruzione. E non soltanto nei Paesi più lontani: a Craica, nella città rumena di Baia Mare, la mancanza di un domicilio riconosciuto impedisce agli abitanti di accedere alla rete elettrica.
La tecnologia, però, non è fatta soltanto di pannelli, batterie e apparecchiature. Può essere anche una connessione tra persone e competenze. È ciò che accade con la telemedicina, sviluppata dal Sermig accanto all’invio di farmaci, materiali sanitari e dispositivi medici, attività svolta fin dal 1988. In Burkina Faso, Senegal, Benin e Tanzania il personale sanitario può ricevere consulenze da medici italiani volontari e partecipare a sessioni di formazione a distanza. All’ospedale di Lituhi, in Tanzania, gli operatori stanno approfondendo la gestione delle diverse forme di diabete attraverso incontri quindicinali e il monitoraggio nel tempo dei casi clinici. Lo stesso principio vale nel lavoro con le comunità rom presenti sul territorio. Accanto all’aiuto nelle emergenze e alle attività di sportello e accompagnamento, vengono costruiti percorsi capaci di generare autonomia: dal recupero dei rottami metallici agli orti, dalla coltivazione idroponica all’allevamento di piccoli animali. L’obiettivo è trasformare risorse e capacità spesso invisibili in competenze, lavoro e opportunità, mantenendo l’identità delle comunità e favorendone la partecipazione alla vita sociale.
Sono progetti diversi per luoghi, strumenti e destinatari ma raccontano una stessa idea: la cooperazione non consiste solo nel portare qualcosa dove manca. Significa anche scoprire ciò che già c’è, valorizzarlo e costruire nuove possibilità. Il vero risultato è la possibilità di fare da soli, e di continuare a farlo insieme.

«Il Sermig è nato da un’intuizione di Ernesto Olivero che ha deciso di aggregare i giovani per dare una risposta a un mondo che non piaceva: no alle critiche vuote, sì all’impegno. Quel mondo che non piace c’è ancora, ma abbiamo la sensazione che dietro l’angolo ci siano tantissime persone che aspettano di cambiarlo». Rinaldo Canalis, storico collaboratore del Sermig, racconta l’espansione di un’attività sul territorio torinese e non solo e sottolinea come la chiave di tutto sia «lo stare insieme»: «La tenacia legata all’esperienza di comunità ha permesso tutto – spiega – si rimane uniti, pur nel sacrificio, e si sa che in ogni parte, in ogni progetto si sta facendo la stessa cosa, si sta insieme per fare il bene. Oggi siamo un paio di migliaia di volontari sparsi, tutti legato al cammino della Fraternità che rappresenta il lievito. Abbiamo studenti delle medie e 90enni che lavorano insieme: lo spirito del villaggio è quello di creare qualcosa di solido, dove ognuno porta quello che sa, impara dagli altri, sostiene e collabora». Una presenza a Torino, in Brasile, in Giordania che ha bisogno di persone «che si dedichino in maniera pro attiva a fare il bene: se ci sono le persone, tutto il resto viene come conseguenza; abbiamo ancora tanti spazi da riempire e il messaggio è chiaro: venite, osservate il metodo che utilizzamo, pensate che vi piace e poi collaborate: chi inizia, continua per sempre». Rinaldo racconta come una volontaria di Carmagnola, che sapeva “solo” riparare macchine da cucire, lo ha fatto fino ai 90 anni e in questo modo ha aiutato tante giovani africane a rendersi autonome grazie a un proprio lavoro. Ognuno è prezioso. «Se avessimo più persone potremmo pensare a una maggiore espansione in Africa, dove già ci siamo ma abbiamo tanti obiettivi ancora da realizzare».
In occasione della Festa della Terra, il 17 ottobre, il Sermig ha invitato a visitare il Villaggio Globale, che ha 30 anni: a Cascine Nuove di Cumiana, tanta gente lo ha frequentato e lo frequenta. «Abbiamo incontrato gente con ogni sorta di problemi a tutte le latitudini. Il bene, se è stato fatto, è scritto in cielo». L’orto, per esempio, ha bisogno di braccia per trasformare un’attività in ristoro per altri; ma servono anche carpentieri ed elettricisti. Nel Villaggio c’è posto per tutti, per cambiare davvero quello che nel mondo non piace.