Inchiesta sulle patologie cardiovascolari

Il direttore del centro cardiologico Monzino: «L’infarto è una patologia subdola»

Sono oltre 130.000 le persone che muoiono ogni anno prima di arrivare in ospedale.

Il direttore del centro cardiologico Monzino: «L’infarto è una patologia subdola»

A Milano da più di 40 anni esiste un centro di eccellenza per quanto riguarda la cura e la ricerca in materia di patologie cardiovascolari: il Centro Cardiologico Monzino. Assieme all’Istituto Europeo di Oncologia è tra i primi 20 ospedali specialistici al mondo secondo la classifica stilata periodicamente dal celebre settimanale Newsweek, che ha recentemente confermato il risultato in classifica per i centri milanesi per il settimo anno di fila. Il direttore scientifico della struttura è il professore Giulio Pompilio.

Nel 2023 le malattie cardiovascolari sono state la prima causa di morte in Italia (oltre 200mila decessi), 9 milioni gli italiani che ne soffrono: ci dobbiamo preoccupare?

«C’è da qualche tempo una sostanziale stabilità in questi dati, però va sottolineato che l’infarto tra queste cause di morte è quella con il peso maggiore. Ogni anno in Italia sono tra 130mila e le 150mila le persone che muoiono prima di riuscire a raggiungere l’ospedale: è una patologia che incide moltissimo sulla mortalità. Il dato complessivo è comunque stabile: ci sono 2 tipologie di infarto e sono legate una all’età, più subdola, mentre l’altra è l’infarto classico, che però sta diminuendo. Il problema è duplice, come la prevenzione che si divide in due grandi aree: quella per evitare che succeda e quella, più complessa, per evitare ricadute nei pazienti che sono già stati colpiti da infarto, in questo caso il rischio è molto aumentato».

Il Centro Cardiologico Monzino come lavora su queste direttive?

«La prevenzione che chiamiamo primaria coinvolge molto il territorio e le persone, mentre quella secondaria si articola in percorsi che attiviamo al centro per ogni paziente che seguiamo. E’ stato avviato un grande studio che riguarda proprio la prevenzione, finanziato dal Ministero della salute e che ha coinvolto oltre al Monzino una rete di ospedali, le farmacie e i medici di medicina generale. Per arrivare a tutti i dati (ha coinvolto 28mila pazienti) ci vorrà ancora del tempo, ma un primo risultato importante lo si può già dire. Questo studio sulla prevenzione applica una semplice app sullo smartphone, che ricorda alla persona di fare esercizio fisico e in sostanza, che deve mantenere uno stile di vita sano. Abbiamo visto a distanza di un anno che i fattori di rischio sono notevolmente diminuiti: ci aspettiamo che i prossimi risultati di questo studio ci diano dei grandi benefici per quanto riguarda la salute pubblica. Un altro grande studio che abbiamo condotto è stato sulla diagnosi precoce dello scompenso cardiaco. E’ stato il primo in Italia di questo genere, e l’abbiamo fatto coinvolgendo le farmacie, che sono il presidio sanitario più capillare che abbiamo. Tutte queste operazioni sono fondamentali per fare del Monzino un centro di eccellenza che si apre anche al territorio».

Le patologie cardiovascolari colpiscono anche le donne: è quindi errata la convinzione che siano solo gli uomini a doversi riguardare?

«In passato è stato sottovalutato l’impatto delle malattie cardiovascolari nelle donne. Per questo esiste una vera e propria medicina cardiovascolare di genere. Dopo la menopausa il rischio per una donna di sviluppare queste patologie è addirittura maggiore rispetto al rischio che corrono gli uomini (è la prima causa di morte femminile in Italia, con 124mila decessi all’anno, ndr). Anche per questo motivo al Monzino dal 2016 abbiamo aperto “Monzino women”, un progetto – anche questo primo in Italia – che si occupa esclusivamente delle patologie cardiovascolari femminili, che hanno impatti e sintomi differenti rispetto a quelle maschili e negli anni sono state sottorappresentate».

A fine ottobre il Monzino sarà protagonista della 4ª edizione di un convegno che ne porta il nome e del quale lei sarà responsabile scientifico assieme al professore Marco Scatigna, che sarà intitolato “Innovazione, intelligenza artificiale e competitività: il futuro della ricerca clinica in Italia”. Di cosa tratterà?

«Il convegno tratterà un altro tema fondamentale per la ricerca clinica: l’Italia e l’Europa stanno perdendo un po’ terreno in questo settore, con la Cina da una parte e gli Usa dall’altra. Arranchiamo un po’, e questo riduce la possibilità per i cittadini di accedere alle terapie cliniche. Dobbiamo invertire questa tendenza, e riportare così qui il centro dell’innovazione. Noi siamo un Irccs, e come tale ci dobbiamo occupare di tutto».