L'indagine di Confesercenti

In sei anni il Nordovest ha perso 7.653 bar e locali

«La desertificazione commerciale sta cambiando la vita quotidiana delle nostre comunità - dichiara Nico Gronchi, presidente di Confesercenti - Un bar è un’impresa che crea lavoro e offre un servizio. Ma è anche uno dei luoghi più semplici e accessibili in cui le persone si incontrano. Vale per il piccolo comune, dove può essere un punto di riferimento per tutti, e vale per il quartiere di una grande città. Quando questi luoghi vengono meno, le strade sono meno frequentate e le città diventano più spente e meno sicure. La presentazione dei dati sarà anche un invito a reagire - conclude Gronchi - Chiediamo a tutti i cittadini di sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Confesercenti per contrastare la desertificazione commerciale e favorire la rigenerazione delle città e dei centri abitati. Difendere le attività di prossimità significa difendere lavoro, servizi e luoghi in cui continuare a incontrarsi».

In sei anni il Nordovest ha perso 7.653 bar e locali

«Coi bar che son chiusi, al primo autogrill c’è chi festeggerà», cantava Ligabue in uno dei suoi pezzi più celebri. Ma c’è ben poco da festeggiare nel settore, perché i bar che chiudono sono sempre di più. Una ricerca di Confesercenti infatti evidenzia come negli ultimi anni le imprese con questa specifica destinazione d’uso abbiano registrato un’importante flessione. Sono in corso incontri pubblici organizzati da Confesercenti, con la presentazione dei dati territorio per territorio (torneremo sicuramente sull’argomento), ma intanto i dati generali vedono le regioni del Nordovest tra quelle più penalizzate. Dal 2019 al 2025 in Italia le imprese nel servizio bar erano 169.839; nel 2025 sono 145.766. Una grande fetta di questa assenza è occupata da Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta: qui nel 2019 i bar erano 47.615, mentre l’anno scorso 39.962. In tutto da noi ad aver abbassato la cler definitivamente sono stati 7.653 bar e locali, il 16,1%. A livello nazionale la flessione è di 2 punti percentuali inferiore a quella registrata da noi. Le regioni del Centro però se la passano ancora peggio: lì i bar che hanno chiuso i battenti negli ultimi 6 anni sono stati 7.323: erano 35.239 nel 2019, e l’anno scorso si è chiuso con un censimento che ha riportato 27.916, il 20,8% in meno. Il Nordest è al secondo posto, con il 16,3% in meno nei 6 anni (da 34.423 a 28.820).

Il Nordovest è a poca distanza sul terzo gradino del podio, seguono poi Sud e Isole con flessioni decisamente meno preoccupanti: rispettivamente -6,7% e -6,5%.
Sul piano regionale è la Lombardia a scontare il lato negativo di essere il territorio più popolato d’Italia: «In valore assoluto – scrivono da Confesercenti commentando i dati delle Camere di Commercio – è la Lombardia a registrare la perdita maggiore, con 4.957 bar in meno. Seguono il Lazio (−4.405), il Veneto (−2.806), l’Emilia-Romagna (−1.916) e il Piemonte (−1.915). Guardando invece alla variazione percentuale, la contrazione più forte si registra nelle Marche, dove i bar diminuiscono del 25%. Nel Lazio il calo è del 23,9%, in Valle d’Aosta del 22,2% e in Veneto del 20,1%. Sul piano delle Città, un dato su tutti: Roma perde 2.827 bar, più del 30%, uno dei cali più alti in Italia. Una vera e propria emorragia che neanche i flussi turistici da record della Capitale sono riusciti ad arrestare».

A livello nazionale le imprese perse sono state oltre 24mila, circa 11 al giorno. Per le comunità i bar sono importanti: non sono infatti solamente attività economiche, ma centri di aggregazione e socialità, e il fatto che la desertificazione degli ultimi anni tocchi anche loro oltre ai negozi dei centri cittadini è significativo di una società che sta cambiando decisamente volto. «Il bar italiano – scrivono da Confesercenti – è infatti un modello d’impresa profondamente legato alle abitudini del nostro Paese. Dal caffè veloce al banco al servizio ai tavoli, è un luogo frequentato quotidianamente dai residenti e apprezzato anche dai visitatori. Ma, nonostante il diffuso apprezzamento, è un modello che non riesce a reggere l’urto di diversi fattori come l’aumento dei costi di gestione (energia e materie prime su tutto) e la perdita del potere d’acquisto delle famiglie. A incidere anche il costo del lavoro legato ad attività ad elevata intensità di manodopera e scontrini medi contenuti, minori flussi quotidiani nei centri urbani causati ad esempio dallo smart working, diversa distribuzione dei consumi nell’arco della giornata, concorrenza della distribuzione moderna e dei nuovi servizi di consegna». «L’impatto negativo della ritirata di bar non è solo sociale, ma – continua la ricerca – è anche economico. Secondo le stime di Confesercenti, la riduzione si traduce in un impoverimento dei territori di oltre 7,2 miliardi di euro in sei anni, tra minori consumi, occupazione e gettito fiscale».

Sono in corso delle presentazioni dei dati locali e provinciali sui territori del Paese, con un obiettivo preciso: «La desertificazione commerciale sta cambiando la vita quotidiana delle nostre comunità – dichiara Nico Gronchi, presidente di Confesercenti – Un bar è un’impresa che crea lavoro e offre un servizio. Ma è anche uno dei luoghi più semplici e accessibili in cui le persone si incontrano. Vale per il piccolo comune, dove può essere un punto di riferimento per tutti, e vale per il quartiere di una grande città. Quando questi luoghi vengono meno, le strade sono meno frequentate e le città diventano più spente e meno sicure. La presentazione dei dati sarà anche un invito a reagire – conclude Gronchi – Chiediamo a tutti i cittadini di sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Confesercenti per contrastare la desertificazione commerciale e favorire la rigenerazione delle città e dei centri abitati. Difendere le attività di prossimità significa difendere lavoro, servizi e luoghi in cui continuare a incontrarsi».