I MotelNoire nascono nel 1999 nelle periferie sud di Milano, in un periodo in cui la città sul finire degli anni ’90 sembrava una vera e propria giungla urbana. In quel contesto la musica rappresentava tutto; un linguaggio, una via di fuga e un modo per raccontare la realtà che li circondava. I primi passi della band si muovono nei club della provincia milanese, tra live e cover, ma ben presto emerge l’esigenza di trovare una voce personale. Da quel momento il progetto prende una direzione più definita, le prime canzoni inedite iniziano a prendere forma dando identità al suono dei MotelNoire. Maturano una solida esperienza nel mondo del professionismo, collaborando con diversi artisti del panorama nazionale, tra cui Federico Zampaglione dei Tiromancino e Jake La Furia dei Club Dogo. La band vanta numerose condivisioni di palco con artisti come Le Vibrazioni, con cui hanno partecipato a due tour nazionali, oltre a Lacuna Coil, Tormento. Continuano a mantenere uno sguardo rivolto alla città che li ha visti nascere.
La musica capace di raccontare. Disponibile in digitale e in formato vinile «MalaMilano», il nuovo album di inediti dei MotelNoire, la band rock milanese che racconta le periferie e l’identità urbana della città. Nati nelle periferie milanesi, hanno sempre visto nella musica una via di riscatto, trasformando il vissuto in un motore espressivo. La band, composta da Domenico “Nik” Castaldi (voce e chitarra), Danilo Di Lorenzo (tastiere e cori), Tony Corizia (basso) e Cristian Fusi (batteria e percussioni), racconta la vita reale e le contraddizioni della società, dando voce a chi vive ai margini. «MalaMilano» è un disco che non cerca redenzione né colpevoli, racconta la realtà così com’è, senza filtri. E’ un progetto dedicato a chi si sente fuori posto, a chi sceglie di andare controcorrente, a chi continua a crederci nonostante le difficoltà. Composto da dieci brani, l’album racconta la storia dei Motel ma anche la sofferenza di chi è cresciuto troppo in fretta. C’è rabbia, nostalgia, gratitudine e disillusione. C’è la voglia di sparire e quella di restare, di cambiare pelle senza perdere l’anima. Il brano che dà il titolo all’album vede la collaborazione di Jake La Furia, voce simbolo e figura centrale dell’immaginario urbano milanese.
Come siete nati e come è nato il vostro nome?
«Siamo nati – risponde Nick – nelle periferie di Milano nel 1999 e il nostro nome sembra quello di un film, racconta il colore della notte, che chi fa il nostro mestiere vive più del giorno, unito a un luogo, il motel, che, chi suona tanto live, ben conosce. Ogni componente della band ha lavorato come turnista nei concerti e nei dischi degli altri: quando ci siamo incontrati al GB Studio abbiamo avvertito la chimica e deciso di formare qualcosa di nostro. Dopo il rodaggio con le cover, abbiamo subito avvertito l’esigenza di scrivere i nostri pezzi per dare un senso al nostro mestiere artistico. E ora siamo al quarto album».
Come è cambiato il mondo della musica?
«Negli anni Novanta la musica impattava moltissimo sulle vite di tutti: la musica era ovunque e numerosi erano i luoghi d’aggregazione collegati: dai negozi di dischi agli studi di registrazione. La musica era il nostro grido. In quegli anni sono avvenuti gli incontri e le contaminazioni che hanno portato a collaborare con numerosi artisti e di quel tempo abbiamo conservato il sapore che ci ha trasformato in una band, ragionando con una sola testa. E dobbiamo ringraziare Michele Rotunno di Stargaze, nostro produttore, perché ha creduto nel nostro progetto».
MalaMilano ha due collaborazioni importanti: come sono nate?
«Tino Stefanini ci ha sempre seguiti, amando il rock e il cantautorato libero; ci ha contattati: gli sarebbe piaciuta una canzone capace di raccontare la sua “vita spericolata”. Stefanini ha fatto parte della Banda della Comasina guidata da Renato Vallanzasca e proprio dalla sua narrazione è nata MalaMilano. Jake La Furia lo abbiamo conosciuto nel mondo del motociclismo e ha subito accettato di collaborare. Le 10 tracce dell’album raccontano la nostra città, come fosse un’astronave, un palco, una casa; Milano è una città meravigliosa che ci ha insegnato molto, trattato bene, regalato sfaccettature e colori. Come tutte le metropoli (e le sue periferie) bisogna viverla per conoscerla davvero con i lati nostalgici, romantici e anche neri. Questo progetto è stato un viaggio meraviglioso che ci ha portato anche al 10º posto della classifica Fimi e ci sta lanciando sempre più lontano. Un album pesato e pensato, fuori dai cliché, per sperimentare ed essere attuali nella scrittura e nelle sonorità. Non è un prodotto per soddisfare la fame da fama…».
Chi è il vostro pubblico?
«Dai giovani con la “cresta”, agli adulti con la 24ore, alle famiglie. Facciamo musica perché abbiamo bisogno di emozionarci ed emozionare e chi ci ascolta lo coglie. A differenza della tanta “musica” che oggi inneggia alla violenza e alla distruzione, noi proponiamo proprio l’opposto. In fondo, è anche la lezione di Tino: non si devono cercare scorciatoie perché la vita non fa sconti e se si agisce in modo sbagliato, si paga. Nello stesso tempo non siamo “addomesticabili”, preferiamo essere piuttosto che apparire ed è bello trovare tante persone che ascoltano e condividono e continuano a farlo dopo 20 anni di palchi».
La tecnologia ha cambiato il modo di fare musica?
«Anni fa incidere un disco era molto costoso perché si lavorava in analogico, ora la tecnologia ha abbassato i costi di produzione ma anche il livello. Ci sono mille stratagemmi e si è persa la disciplina musicale, si è persa la certezza che servano basi e studio per essere musicisti e cantanti. Vedo sui grandi palchi persone che non hanno tecnica e chi la possiede è dietro alle quinte a scrivere per chi si esibisce. I talent hanno contribuito a dare visibilità ma i giovani vengono sfruttati e sono a scadenza, peggio dello yogurt. Il taglio discografico che li svuota di contenuti e non li aiuta a raccontare loro stessi e il loro disagio non si può approvare. In passato la musica era “scomoda”, ha fermato delle guerre… perché gli artisti erano pronti a scendere in campo, a schierarsi e, nello stesso tempo, la gente era più propensa ad ascoltare. Il livello complessivo era più alto, ora la politica non ci vuole pensanti ed anche per questo è difficile trovare luoghi e locali dove fare musica originale e non essere solo tribute band. Oggi sembra più figo essere stato in carcere che non saper suonare Chopin… Per fortuna ci sono anche artisti diversi, con voglia di dire».
Quando avete capito che la musica sarebbe stata il vostro mestiere?
«Ci sono cose che senti e hai dentro. La musica per noi è stata un richiamo, un bisogno, una missione. Sai che quello è il tuo ruolo e che lì stai bene. Questo ti spinge ad andare avanti, nonostante tutte le difficoltà, soprattutto in Italia che è il Paese dei raccomandati… I Motel sono uniti dal karma e anche se abbiamo svolto lavori “di ripiego”, non eravamo portati. La musica era l’unica scelta vera. Dobbiamo ringraziare i produttori che permettono di sognare e ragionano col cuore, come Michele, perché abbiamo compiuto finora un viaggio lungo ma reale, giusto. Oggi De Gregori non arriverebbe nemmeno alla prima selezione di X-Factor».
Cosa rappresenta per voi la musica?
«Cultura. Un’istantanea del momento sociale. Emozioni».
Il complimento più bello che avete ricevuto?
«Dopo il primo disco venduto, avere persone che scrivevano e commentavano. A volte il complimento può essere imbarazzante ma la certezza di essere stati ascoltati e compresi è meravigliosa».
Rimpianti?
«Aver cercato di fare qualcosa che non era “il mio” e aver così perso del tempo, il bene più prezioso che abbiamo».
Come si concilia la carriera della band con la vita privata?
«E’ grazie alla vita privata che facciamo questo mestiere: con un figlio, delle responsabilità, una relazione, capisci ciò che è davvero importante e impari che l’ego non serve a nulla, non cerchi di firmare autografi…».
I vostri miti?
«Ascoltiamo di tutto, molti miti li abbiamo sfatati, da molti abbiamo imparato. Abbiamo la conoscenza di ciò che è stato, ai grandi maestri che hanno inventato ciò che non passa mai di moda, e l’orecchio attento al presente. E poi io amo la contaminazione tra le arti, soprattutto il cinema. Vedo la musica come immagini, non come note e studio continuamente. Anche la nostra vita da band sembra un film: siamo arrivati sulla Luna, siamo tornati sulla Terra, abbiamo vissuto più vite e continuiamo a viverle».
Un messaggio per Milano?
«A lei abbiamo dedicato l’unica canzone d’amore dell’album: Milano sei una favola. E’ una città speciale, generosa, capace di accogliere. Spesso chi guarda la superficie e viene solo per prendere, poi ne parla male. Per noi è una mamma, la città dove tutto può accadere. Io, per esempio, ho lavorato tantissimo a New York: è bellissima ma non è Milano. Milano ha cemento ma anche tanta storia, arte, personalità».
Un progetto recente di cui siete orgogliosi?
«Aver partecipato a Free for musica al carcere di Monza a settembre: bello suonare davanti a 500 detenuti e confrontarsi attraverso la musica e con il cuore. Tutti meritano una seconda possibilità».
Sogni nel cassetto?
«Vivere in un mondo equo e giusto, meritocratico».