L'inchiesta sull'energia nucleare

L’intervista al prof. della Bicocca: «Va pensato fin da ora come un progetto industriale»

Massimo Beccarello è professore di Strategie di politica industriale e Green economy all’Università Milano-Bicocca e direttore scientifico del Cesisp.

L’intervista al prof. della Bicocca: «Va pensato fin da ora come un progetto industriale»

Massimo Beccarello (nella foto) è professore di Strategie di Politica Industriale e Green Economy all’Università degli Studi Milano-Bicocca; è direttore scientifico del Centro Studi in Economia e Regolazione dei Servizi, dell’Industria e del Settore Pubblico, afferente al Dipartimento di Scienze Economico-Aziendali e Diritto per l’Economia; ha appena pubblicato “Orizzonte nucleare. Economia, istituzioni e futuro dell’industria italiana”: senza contrapporre nucleare e rinnovabili, il libro riflette sulle condizioni perché differenti tecnologie concorrano a decarbonizzazione, competitività e sicurezza energetica.

Nucleare: quale orizzonte temporale perché diventi “concreto”?

«Se vogliamo che il nucleare diventi concreto, dobbiamo pensarlo fin da ora come un progetto industriale. Nei prossimi dodici mesi si gioca una partita decisiva: governance, regolazione, localizzazione, modello economico e sviluppo della filiera. E’ anche il modo per coniugare decarbonizzazione e sicurezza energetica, costruendo in Europa capacità produttiva nelle tecnologie net-zero, nella direzione indicata dal Net-Zero Industry Act. Per la produzione elettrica considero realistico un orizzonte dalla seconda metà degli anni Trenta. Ma industria, competenze e filiere vanno costruite adesso».

Quanto potrebbe costare oggi all’Italia costruire nuova capacità nucleare e, soprattutto, quali condizioni devono verificarsi perché il costo dell’energia prodotta dai nuovi reattori sia competitivo rispetto alle alternative disponibili?

«E’ uno dei temi centrali di Orizzonte nucleare: chiedersi semplicemente quanto costa un reattore è fuorviante. Il nucleare richiede molto capitale e il costo dell’energia dipende in misura decisiva dal costo del finanziamento, dai tempi di costruzione e da come vengono distribuiti i rischi. Diventa quindi essenziale disegnare meccanismi di sostegno che accompagnino l’integrazione del nucleare nel mercato elettrico e riducano il costo del capitale: contratti per differenza (CfD), modelli a base patrimoniale regolata (RAB) o contratti di acquisto dell’energia a lungo termine (PPA). Non si tratta semplicemente di aggiungere incentivi, ma di costruire un modello che renda l’investimento finanziabile e l’energia competitiva. Il confronto con le alternative deve considerare i costi complessivi del sistema, comprese reti, accumuli e flessibilità».

Il nodo del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi viene indicato come una delle prime questioni da risolvere: quali sono gli ostacoli istituzionali e territoriali che finora hanno impedito di arrivare a una soluzione, e quali strumenti di governance servirebbero per superarli?

«Il deposito non è una conseguenza del ritorno al nucleare: dobbiamo affrontare il problema comunque. La normativa europea attribuisce, infatti, a ciascuno Stato la responsabilità ultima della gestione e dello smaltimento dei propri rifiuti radioattivi. Il problema italiano è stato meno tecnologico che istituzionale e territoriale: procedure lunghe, responsabilità frammentate e difficoltà nel costruire consenso locale. Occorrono criteri tecnici trasparenti, responsabilità chiare e un confronto credibile con i territori. Continuare a rinviare significa prolungare soluzioni temporanee e sostenere costi rilevanti, che ricadono anche sulla bolletta elettrica, per la gestione e il trattamento all’estero dei materiali radioattivi».

Terza e quarta generazione, grandi reattori o tecnologie modulari: su quali tecnologie ritiene realistico che l’Italia debba concentrare risorse e competenze, e quali rischi economici comporterebbe puntare su una tecnologia che non fosse ancora sufficientemente matura?

«Non credo spetti all’economista indicare oggi quale tecnologia debba vincere. La terza generazione avanzata dispone già di soluzioni mature; per SMR e tecnologie di quarta generazione occorre invece valutarne progressivamente maturità industriale, costi e soprattutto percorso autorizzativo. Per questo sarebbe utile avviare processi di pre-licensing, che consentano al regolatore di confrontarsi per tempo con le nuove tecnologie senza anticipare la decisione finale. Il rischio economico è investire su soluzioni non ancora mature o difficilmente autorizzabili. Anche qui la dimensione europea è decisiva: coordinare licensing, standard e programmi industriali può ampliare le serie produttive e creare economie di scala che programmi esclusivamente nazionali difficilmente raggiungerebbero».

Lei parla di una filiera industriale italiana che non parte da zero. Quali anelli della filiera sono oggi realmente competitivi a livello internazionale e quali, invece, rischiano di non essere più disponibili se il programma nucleare nazionale dovesse partire troppo lentamente?

«L’Italia conserva competenze nucleari specifiche nella progettazione e ingegneria di sistemi e componenti, nell’impiantistica, nella metallurgia, nel decommissioning e nella ricerca. Non avrebbe senso ricostruire tutto in chiave nazionale: la dimensione corretta è una filiera europea integrata nella quale valorizzare queste specializzazioni. Il rischio è la discontinuità: una filiera investe e sviluppa competenze solo se può contare su una strategia industriale credibile e stabile nel tempo».

Quali sono, secondo lei, i principali fattori che potrebbero ancora far lievitare tempi e investimenti rispetto alle stime iniziali?

«Progetti non sufficientemente maturi all’avvio dei cantieri, filiere inadeguate e instabilità regolatoria. I primi impianti di una serie pagano inoltre la perdita di competenze prodotta da decenni senza costruzioni. La risposta è standardizzare, replicare e imparare: nel nucleare i costi possono scendere soprattutto quando si smette di costruire ogni centrale come se fosse la prima».

Qual è, oggi, il principale rischio politico-istituzionale per la realizzazione del programma nucleare e come dovrebbe essere costruita una governance capace di garantire continuità oltre i singoli governi?

«Il rischio è trasformare nuovamente il nucleare in una scelta reversibile a ogni cambio di maggioranza. Una delle prime cose da fare è dotarsi di un’autorità per la sicurezza nucleare indipendente, competente e autorevole, capace di garantire continuità e credibilità alla regolazione. La politica deve definire l’indirizzo, senza trasformare le tecnologie in strumenti dello scontro politico. Gli investimenti nelle infrastrutture elettriche hanno orizzonti molto più lunghi delle legislature: servono quindi regole stabili nel tempo. L’instabilità istituzionale aumenta il rischio e, con il rischio, anche il costo del capitale».