E’ online il videoclip di «Saluti dal pianeta Terra», il brano del chitarrista, compositore e divulgatore scientifico-musicale ormai di residenza lombarda Renato Caruso, realizzato in collaborazione con KomunIKON, il progetto internazionale ideatore di IKON, una lingua di sole icone pensata per abbattere le barriere comunicative attraverso valori di pace e transculturalità.
L’animazione, realizzata dal graphic designer Aun Agha, mostra una serie di immagini che compongono in sequenza il titolo della canzone in IKON. Ogni icona della frase è animata, dando vita al messaggio ”Saluti dal Pianeta Terra“. Sullo sfondo di una vista della Terra dallo spazio, il saluto ribadisce l’obiettivo di IKON: rendere la comunicazione più intuitiva, espressiva e universale attraverso le immagini.
Caruso ha sempre voluto costruire con la sua musica un ponte sonoro universale capace di trascendere i confini linguistici e culturali tradizionali. L’incontro tra la sua chitarra e i codici visivi di KomunIKON, mostrano concretamente come l’arte possa farsi veicolo di pace globale e offrire all’umanità un metalinguaggio inclusivo dove la diversità culturale non è un ostacolo alla comprensione, ma una ricchezza armonica.
Cos’è KomunIKON?
«Fondato da Cesco Reale, con l’aiuto di professionisti da oltre 20 paesi e 4 continenti, KomunIKON è un’iniziativa indipendente impegnata nell’abbattimento delle barriere linguistiche globali attraverso il design e l’innovazione visiva. Il team ha sviluppato IKON, un linguaggio basato sulla capacità innata dell’essere umano di decodificare i simboli visivi primari».
Come si è avvicinato alla musica?
«Sono nato in una famiglia di musicisti: mio padre era il cantautore del paese, suonava la chitarra e insegnava musica ed io ero uno degli allievi; accanto insegnava filosofia. Mio fratello suonava, quindi la musica era nel Dna. Ho studiato chitarra classica al conservatorio».
Si è però anche laureato in informatica musicale: come si uniscono questi due mondi?
«Oggi più che mai è di vitale importanza unire la musica alle competenze informatiche. Anche solo per registrare un brano è importante capire. Da sempre, inoltre, la musica e la matematica sono legate: tutto è numero, la matematica è nella musica e ti permette di metterla su carta. Aristotele diceva che tutto si cataloga ma io credo che la musica serva anche per andare oltre le catalogazioni dei generi».
Lei si è “inventato” il FujaBoCla: cos’è?
«Un genere che unisce più generi; come accade per la cucina. Ognuno ha preferenze ma nella musica è bello anche mixare».
Qual è la musica che la rappresenta?
«Classica e bossanova. Fin da piccolo ascolto Chopin, Bach, Sibelius. Mio padre aveva un’anima rock; io non ho una chitarra elettrica. Amo Sting, Pino Daniele».
Che tipo di musicista è?
«Ci sono i creativi e gli interpreti. A me piace molto di più creare e realizzare qualcosa di mio. Credo che le regole siano importanti nella musica, ma solo fino a un certo punto. Ci sono brani indimenticabili nella storia della musica che sono stati prodotti da musicisti che prima hanno utilizzato il talento e l’istinto, poi hanno studiato. La creatività non ha bisogno di regole. L’immaginazione è ovunque: regole più arte creano la bellezza».
Qual è il rapporto della musica con l’IA?
«L’IA domina ma vince ancora l’autenticità. Se si utilizza l’intelligenza artificiale per realizzare un brano ma poi non si ha nulla da dire in un live, non si può ingannare il pubblico: dal vivo si vede la preparazione e l’emozione. Dobbiamo convincerci che occorra studiare: se c’è sostanza, emerge».
Se oggi potesse chiacchierare con Turing, Pitagora e Galilei di musica, cosa direbbe loro?
«Non avrei parole, li contemplerei incredulo perché li studio da una vita. Direi: “Avevate ragione: la matematica ha vinto perché tutto è numero. E’ difficile da digerire ma è così, non so dove ci porterà ma il numero ha vinto”».
Ci sono stati dei momenti in cui ha pensato di “lasciare”?
«Spesso ma si va avanti, anche solo per un concerto, un seminario, un messaggio di complimenti, una bella intervista. Ho fondato una teoria sulla musica che verrà compresa tra 100 anni ma il mio motore è la passione che mi spinge a continuare. I risultati pian piano arrivano».
Cos’è il Relativismo Musicale?
«La musica non dipende soltanto da melodia, armonia, ritmo e timbro, ma anche dal momento in cui viene ascoltata o eseguita. Lo stato emotivo dell’ascoltatore, l’ora, il contesto e il tempo diventano quindi variabili musicali».
Il sogno nel cassetto?
«Una trasmissione che parli di scienza e musica, per far comprendere come la musica non sia solo note ma psicologia, sociologia, linguaggio, canto. E poi, suonare con Sting».
Cosa direbbe al se stesso 15enne?
«Studia. Servono gli artigiani e serve conoscere. Ogni ragazzo deve essere libero di trovare la propria strada e lo dico soprattutto perché sono anche un insegnante».
Ha rimpianti?
«Non aver curato il benessere fisico. Non ho praticato mai sport e stando troppo in compagnia di chitarra e pc, ora ho problemi posturali. Ho 44 anni e me ne sento 70… Ho curato la mente, ho unito la parte del lavoro con mio padre nella Sila ma poi non ho mantenuto l’allenamento. La gavetta ha avuto un lato intellettuale e uno selvaggio: suonare dalle 4 alle 7 ore ai falò con gli amici: se non ti limiti, il braccio dopo tanti anni cede…».
“L’algoritmo della musica. Da Pitagora all’Intelligenza Artificiale” è il suo ultimo libro: di cosa parla?
«Esplora il rapporto tra scienza e musica in un percorso che parte da Pitagora e attraversa i secoli analizzando l’evoluzione matematica e musicale, fino ad arrivare ai moderni algoritmi di intelligenza artificiale applicati alla composizione e alla produzione sonora. L’opera mette in evidenza come l’esperienza musicale sia oggi profondamente influenzata da processi algoritmici e come numeri e suoni siano due facce della stessa medaglia. Il libro propone una visione interdisciplinare e si articola in sezioni che approfondiscono temi quali l’acustica, la teoria musicale, la matematica delle armonie, la fisica del suono e il ruolo delle tecnologie digitali nell’era contemporanea. Torno su un concetto a me caro e basilare: la musica non è soltanto emozione: è calcolo, struttura, armonia ma dentro ogni formula resta un margine di imprevedibilità che è la vera anima dell’arte».
Cos’è la Teoria Del Big Chord, che dà il nome anche a un suo album?
«L’universo è un lungo e aggrovigliato pentagramma. I pianeti sono note che descrivono questa musica celeste che qualcuno chiamò musica delle sfere, udibile da pochi. E tutto iniziò con il Big Chord, paragonabile al Big Bang, non si trattava di materia ma di un accordo musicale che venne suonato con un’intensità talmente forte da frantumarsi in mille parti cioè particelle, note musicali. Come nel gioco della carambola. Nell’armonia di quell’accordo c’è tutta la musica descritta dal cosmo, le costellazioni sono generi musicali e ogni tot di anni arrivano sulla terra. In principio era musica, poi spirito e numero. Molti astronomi si sono serviti delle leggi della musica per formulare le loro teorie, parliamo di Copernico, Keplero, Newton e tanti altri. Addirittura scrivono libri che parlano di astronomia e musica. Ci sarà sicuramente una connessione. I pianeti sono note e le note frequenza, vibrazioni. Rimane l’enigma di chi ha suonato così forte questo accordo e se fosse stato di tipo maggiore o minore».